Morte fetale in utero

La morte intrauterina è uno degli eventi più complessi e dolorosi che una coppia si trova ad affrontare durante una gravidanza. È una condizione, a volte silente, in cui il feto muore nel grembo della mamma prima della nascita.

Le cause di questo evento possono essere molteplici e, a volte, difficili da determinare. Affrontare la morte fetale intrauterina è un percorso difficile, che ha bisogno di supporto psicologico e comprensione per aiutare le famiglie a superare questo momento difficile.

Cos’è la morte in utero

La morte in utero, nota anche come morte fetale intrauterina o MEF, avviene quando il feto muore nel grembo della madre prima del parto. È un evento tragico che può verificarsi in qualsiasi momento della gravidanza (dalla 23 settimana al termine di gravidanza) e può avere origine da diverse cause.

La diagnosi viene, generalmente, confermata attraverso l’ecografia in grado di evidenziare l’assenza del battito cardiaco fetale. Affrontare un evento traumatico come la MEF è un processo emotivamente molto complicato che va gestito al meglio sia fisicamente che mentalmente.

Morte fetale in utero sintomi

La morte in utero può essere un evento silenzioso che non comporta sintomi, oppure può presentare sintomi variabili da donna in donna. Alcuni segnali però possono indicare che c’è qualcosa che non va con il feto ed è bene contattare il medico. Tra questi:

Assenza di movimenti fetali, di solito percepibili dalla madre;
Variazioni nella pancia, come un cambiamento nelle dimensioni o nella forma;
Sanguinamento vaginale anomalo, unito alla mancanza di movimenti fetali.

La perdita di altri segni vitali, come il battito cardiaco fetale, possono essere confermati attraverso l’ecografia.

Essendo, come detto, sintomi che possono variare a seconda della donna è bene che la mamma che sospetti qualsiasi anomalia durante la gravidanza contatti immediatamente il ginecologo per una valutazione della situazione.

Morte fetale in utero cause

La morte in utero può avere diverse cause, a partire dalla compromissione della funzione placentare e dai problemi di sviluppo e distacco prematuro della placenta.

Anche le alterazioni genetiche, o le malformazioni fetali possono rendere il feto incapace di sopravvivere, così come possono portare alla morte intrauterina problemi legati al cordone ombelicale, come l’avvolgimento intorno al collo del feto, o l’ostruzione del flusso sanguigno.

Tra le altre cause che possono portare alla morte del feto ci sono le infezioni, un diabete scompensato.

Da tenere sotto osservazioni per evitare problemi al bambino sono la pressione alta in gravidanza, la presenza di malattie croniche della madre, o traumi esterni dovuti a incidenti occorsi durante la gestazione.

È sempre importante sottolineare come la morte in utero possa essere causata da diversi complessi fattori ed a volte puo’ essere difficile identificare una causa specifica.

Si può prevenire la morte in utero?

La morte in utero può essere prevenuta andando a diagnosticare in maniera tempestiva le possibili cause: le infezioni, un diabete non ben compensato, una pressione materna non ben controllata, un’ epatosi gravidica, una condizione materna di aumentato rischio trombotico ed altre.

Al fine della prevenzione, è bene valutare il compenso metabolico e la funzionalità epatica, controllando la crescita del feto e la funzione della placenta.

Se la donna incinta ha un gruppo sanguigno RH negativo e il feto, invece, è RH positivo può accadere che la madre sviluppi degli anticorpi contro i globuli rossi del feto. Questo puo’ provocare un’anemia nel nascituro nel momento del parto, ma a volte può capitare anche durante la gravidanza, quando il sangue della mamma entra in contatto con quello del figlio magari a causa di tecniche invasive di diagnosi prenatale o per minacce di aborto.

È importante, dunque, che venga determinato il gruppo sanguigno e il fattore RH alle madri. Inoltre, è possibile eseguire l’immunoprofilassi anti D tra 28 e 32 settimane di gravidanza in tutte le donne con fattore RH negativo.

Bisogna sembre eseguire , anche in donne con gruppo sanguigno Rh positivo, il test di coombs indiretto nel I trimestre e a termine di gravidanza per rischi di immunizazzione anche verso sottogruppi sanguigni.